Il problema non è lo strumento, ma come lo si usa! (influencer marketing compreso)


Tempo di lettura: 3 min. e 35 sec.

Scritto ascoltando: Editors – Papillon

Ci sono post che vanno fatti. Punto. Nascono e ti stanno addosso fino a che non clicchi il tasto “Publish”. Meglio quindi dargli retta…

L’ultimo periodo, come ben sapete, mi ha visto molto impegnato sul tema dell’influencer marketing. Il libro prima, gli eventi dopo e soprattutto le tante conversazioni nate sul gruppo FB che ho lanciato (Influencer Marketing Italia ndr.) e su altri mi hanno portato a contatto con i molti dubbi (e pregiudizi) che avvolgono questa forma di comunicazione.

Li ho sentiti talmente tante volte che posso citarveli uno ad uno: ma la questione etica? se pago non diventa un’influenza pilotata? ma, se non è spontanea, non è semplice advertising? Potrei andare avanti per ore…

Leciti, senza dubbio, molti generati da i numerosi usi distorti a cui assistiamo da tempo. Nonostante stia diventando il mio ambito non voglio fare l’integralista e nemmeno il difensore a tutti i costi. Non è da me, e non credo sia un atteggiamento in grado di dare valore all’influencer marketing. Non è certo chiudendo gli occhi che i problemi si possono risolvere.

Ma è vero che ognuna delle critiche può avere risposte adeguate, quelle stesse risposte che mi vedono impegnato sui social. Per la serie: “fondamentale essere trasparenti”, “cercare di creare valore condiviso”, “rispondere alle necessità degli utenti”, ecc ecc. Non voglio tanto soffermarmi sulle singole questioni (ci sarà tempo e tanti post!), ma su un concetto di base che comprendo sempre più come riassuma perfettamente la questione.

Non esistono risorse giuste o sbagliate a prescindere, ma è come si utilizzano a fare la differenza

Un concetto chiaro, forse semplicistico, che però chiude il cerchio. È colpa dell’email marketing se un brand vi manda 2 newsletter al giorno fatte male? È colpa sua se vi inseriscono in una mailing list senza permesso? No. La responsabilità è di chi sfrutta male ed in maniera deviata la risorsa.

È la SEO ad essere sbagliata quando si applicano tecniche di black hat? No. È un problema del professionista che fa questa scelta. Semplice e banale? Forse, ma certamente vero.

Qualsiasi risorsa nasconde tanti rischi quanti le opportunità che presenta e può venire manipolata e deformata in modo spesso problematico. Le potenzialità che offrono i social sono innegabili. Ma provate a pensare al caso Melegatti ad esempio. Le responsabilità non possono essere certo di Facebook, ma dei marketer che ne hanno fatto un uso errato.

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Idem per il finto endorsement fatto dal responsabile marketing dell’azienda veneta. Una mancanza di trasparenza dei social? Non credo proprio.

UNA QUESTIONE DI VALORE CONDIVISO

L’unica reale questione è la ricerca continua e la volontà di generare valore condiviso, plus per tutte le realtà in gioco. È così che possiamo fermare sul nascere tanti dei dubbi che circondano l’influencer marketing. Una finalità comune che diventa elemento chiave di ogni attività. Una strategia win-win, o meglio come dice il buon Rydy Bandiera win-win-win, in cui tutti vincono: l’azienda (che può raggiungere con notevole impatto i target), gli influencer (che hanno contenuti di valore da proporre ai follower), gli utenti (che hanno contenuti di qualità e risposte alle loro necessità).

Se quest’ultimi ricevono contenuti di spessore, esclusivi, utili, sarà un problema se arriveranno da figure pagate e, in modo chiaro, schierate?  Non credo proprio, fidatevi. Probabilmente rimarrà la questione etica, ma nel concreto i problemi spariranno di un colpo. Resterà solo la soddisfazione degli utenti.

Un elemento che diventa, in parte, anche “anticorpo naturale” a sofisticazioni ed usi limite. Un influencer guadagna la fiducia del suo pubblico con fatica ed impegno, proponendo competenza, qualità, attenzione. Vendersi al primo che capita, dando il proprio benestare anche a realtà che non lo meritano, alla lunga segnerà la reputazione dell’influencer  e ne decreterà, col tempo, la perdita della posizione acquisita. Continuereste a seguire una persona all’ennesimo post scadente o dopo consigli che poi non si dimostrano reali? No, chiunque esso sia. Ciò spiega bene come, nonostante la spinta al guadagno, per nessun influencer è consigliabile dire sempre e comunque sì. La sua carriera sarà intensa, ma breve, molto breve.

Continuo ad essere certo che la migliore delle strade sia la spontaneità, il cuore come piace sottolineare all’amica Rachele (Zinzocchi ndr), al bravo Claudio (Gagliardini ndr) o alla preparatissima Flavia (Rubino ndr), ma ciò non significa che non possa esistere altro, o che quello che non è solo “cuore” debba per forza essere sbagliato.

Voi cosa ne pensate? aspetto di sentire la vostra!



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Matteo Pogliani
Written by Matteo Pogliani

Toscano di nascita ma lombardo di adozione, ho imparato a parlare prestissimo e non ho più smesso. Social media strategist & web consultant.


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